Diego Secchi, Castiglione delle Stiviere
Mi chiamo Diego Secchi. The Buckets è la traduzione inglese del mio cognome, ma è soprattutto un modo di intendere il mestiere che ho scelto, quello di chi guarda una scarpa e vede una piccola architettura fatta di curve, di cuciture, di un cuoio che ha già una sua storia prima ancora di toccare il piede di qualcuno.
Non cerco la scarpa nuova che luccica in vetrina per un giorno e poi invecchia male. Cerco quella che si consuma con dignità, che prende una piega nel punto in cui il piede si piega davvero, che si scurisce dove la mano l'ha presa mille volte, che racconta chi l'ha portata più di quanto lo racconti chi l'ha fatta.
Viviamo in un tempo che vuole tutto identico, tutto lucido, tutto uguale a se stesso da un negozio all'altro del mondo. Io credo ancora nell'imperfezione di una cucitura fatta a mano, che non è mai uguale alla precedente, e in quel piccolo scarto sta tutta la differenza fra un oggetto e un oggetto amato.
Anche queste pareti portano i segni dei secoli, con l'affresco un poco sbiadito e il marmo consumato da chi ci è passato sopra, ed è forse per questo che le scarpe qui si trovano a casa, in un luogo che non ha mai finto di restare immobile. Sono pochi modelli, scelti uno a uno, la fibbia di un monk, il taglio unico di una derby, cose che chiedono di essere prese in mano, non soltanto guardate
Scorrete di lato per vedere le altre
Una buona scarpa non si guarda: si porta, e col tempo si ama
Quando ho trovato questo palazzo non ho voluto rifare tutto da zero. Il divano Chesterfield color cognac l'ho scovato da un restauratore che tratta pezzi antichi, il tavolo su cui appoggiamo le scarpe nuove porta ancora i segni di chi ci ha lavorato prima di noi, e la vecchia macchina per cucire in ghisa che incontrate appena entrati non serve più a nulla, se non a ricordare da dove viene questo mestiere.
Avrei potuto lucidare ogni parete, uniformare ogni angolo, far sembrare tutto nuovo. Non l'ho fatto, perché la crepa nell'affresco, il marmo consumato dai passi, il legno di un cassettone che porta i segni degli anni, mi sembrano molto più veri di qualsiasi superficie appena rifinita. È la stessa imperfezione che rende una scarpa degna di essere portata a lungo, invece che sostituita al primo segno del tempo
Dietro ogni paio, la firma di chi lo fa, Lidfort, Soldini, Jacques Solovière, Crisci
Diceva Seneca che il tempo è l'unica cosa che, una volta perduta, nessuno può restituirci. Tra queste mura sembra fare l'esatto contrario, perché nel legno consumato di un mobile, nella pietra levigata dai passi, in una scarpa che ha imparato la forma di chi la porta, il tempo non toglie, restituisce. Restituisce carattere a ciò che attraversa, e forse è questo l'unico lusso che valga davvero la pena custodire
Non serve comprare per entrare. Basta prendere una scarpa in mano, sentirne il peso, e camminare qualche passo per capire se è quella giusta